Un progetto pionieristico che, tra il 2007 e il 2010, ha unito seconde generazioni, conoscenza del territorio e turismo responsabile, anticipando di molti anni la scoperta dell’Albania come destinazione culturale.
Quando l’Albania era ancora quasi assente dalle mappe del turismo italiano e internazionale, un gruppo di giovani di origine albanese e italiani iniziò a percorrerla, studiarla e raccontarla con uno sguardo nuovo. Era il 2007 e nasceva “I Ragazzi della Via Egnatia”, uno dei progetti più innovativi promossi dall’allora Associazione Culturale Italo-Albanese Vatra, esperienza dalla quale si sarebbe sviluppato il percorso del Centro di Cultura Albanese.
Realizzato nell’ambito del bando “Immigrati Nuovi Cittadini”, nato dalla collaborazione tra l’Assessorato all’Integrazione della Città di Torino e la Compagnia di San Paolo, il progetto si sviluppò fino all’aprile 2010.
A distanza di anni, “I Ragazzi della Via Egnatia” assume un significato ancora più evidente. Il progetto intuì infatti, con oltre un decennio di anticipo rispetto alla grande crescita dei flussi turistici internazionali verso l’Albania, che il patrimonio storico, archeologico, naturalistico e umano del Paese poteva rappresentare una straordinaria risorsa. Ma soprattutto comprese che il turismo poteva diventare uno strumento di conoscenza reciproca, dialogo interculturale e costruzione di una nuova immagine dell’Albania in Italia.
Turismo, seconde generazioni e una nuova immagine dell’Albania
L’idea alla base del progetto era particolarmente innovativa: coinvolgere giovani albanesi di seconda generazione e loro coetanei italiani in un percorso di formazione, esplorazione e progettazione turistica.
Gli obiettivi andavano ben oltre l’organizzazione di un viaggio. Il progetto voleva aiutare i giovani di origine albanese a riscoprire direttamente il Paese delle proprie famiglie, superando un’immagine costruita sul “sentito dire” e sugli stereotipi, e trasformare la propria origine in una risorsa culturale e personale. Parallelamente, intendeva offrire ai giovani italiani la possibilità di conoscere un’Albania reale e molto diversa dalle rappresentazioni allora prevalenti nell’opinione pubblica e nei media.
C’era però anche un obiettivo estremamente concreto: verificare se esistessero le condizioni per sviluppare forme di turismo sostenibile e culturale tra Italia e Albania, promuovendo l’Albania in Piemonte e, parallelamente, il Piemonte in Albania. Durante lo sviluppo dell’iniziativa venne infatti aggiunta un’azione specificamente dedicata all’analisi delle potenzialità reali del nascente settore turistico albanese.
Era una prospettiva decisamente anticipatrice per quegli anni.
Un laboratorio di giovani tra Torino e l’Albania
La prima fase, realizzata tra settembre 2007 e febbraio 2008, portò alla costituzione del gruppo di lavoro e alla selezione dei giovani partecipanti. I ragazzi non furono considerati semplici destinatari dell’iniziativa: attraverso focus group e momenti di brainstorming contribuirono direttamente alla definizione del progetto e dei suoi obiettivi.
Parallelamente iniziò un vero lavoro di ricerca sul futuro turistico dell’Albania. Furono studiati i materiali disponibili presso il Ministero albanese del Turismo e della Cultura e presso altre realtà pubbliche e private; i coordinatori effettuarono inoltre una missione in Albania per costruire una rete di rapporti con gli attori impegnati nel nascente settore dell’incoming.
A Tirana il progetto fu presentato al Ministro del Turismo Ylli Pango e alla direttrice del Dipartimento Progetti Speciali Odeta Nishani, ottenendo il sostegno e il patrocinio del Ministero. Furono inoltre avviati contatti con progetti e organizzazioni internazionali attivi nello sviluppo e nella promozione del Paese, tra cui iniziative sostenute da USAID e UNDP.
Percorsi di formazione per imparare a leggere un territorio
Prima di partire, i giovani affrontarono un intenso percorso formativo: 13 giornate e complessivamente 80 ore, dedicate alla storia, alla cultura e alla geografia dell’Albania, ma anche alla conoscenza del Piemonte e alle tecniche di fotografia e ripresa video.
Alla formazione contribuirono studiosi, giornalisti ed esperti con una conoscenza diretta dell’Albania, tra cui la vice-ministro albanese, prof. Suzana Turku, l’antropologo prof. Francesco Vietti e lo studioso Claudio Canal. Quest’ultimo era autore di una delle prime guide turistiche dedicate al Paese pubblicate in Italia. I partecipanti ebbero inoltre l’opportunità di incontrare a Torino l’allora Ambasciatore della Repubblica d’Albania in Italia, Llesh Kola.
La formazione adottava un metodo fortemente partecipativo. I ragazzi vennero divisi in gruppi dedicati rispettivamente al Nord, al Centro e al Sud dell’Albania, con il compito di studiare autonomamente i territori e presentarli agli altri partecipanti. Fu lo stesso gruppo, attraverso il confronto, a contribuire alla costruzione dell’itinerario del successivo viaggio.
Non si trattava quindi di “portare dei ragazzi in Albania”, ma di renderli protagonisti della conoscenza, dell’interpretazione e del racconto del Paese.
Immaginare il turismo albanese prima del boom
Uno degli aspetti che oggi colpisce maggiormente riguarda il lavoro di analisi turistica realizzato dal progetto.
I partecipanti visitarono anche la BIT di Milano per incontrare operatori albanesi e soggetti interessati alla destinazione. Al termine della fase preparatoria furono individuati diversi segmenti potenzialmente sviluppabili: turismo alpino, sportivo e d’avventura, turismo storico-archeologico, agriturismo, turismo naturalistico, turismo balneare e turismo urbano. Categorie che, molti anni dopo, sarebbero diventate componenti importanti dell’offerta turistica dell’Albania.
L’interesse del progetto non era quindi rivolto soltanto ai luoghi più conosciuti, ma alla possibilità di costruire un’offerta diversificata, capace di valorizzare montagne, siti archeologici, paesaggi rurali, città storiche, coste e comunità locali.
22 giorni attraverso l’Albania
Nell’estate del 2008 arrivò il momento centrale dell’esperienza: un viaggio esplorativo di 22 giorni attraverso l’intero Paese.
Vi parteciparono dieci giovani selezionati, due volontari del Servizio Civile Giovani Immigrati della Città di Torino, due coordinatori e sei volontari dell’associazione, tra cui l’antropologo Francesco Vietti e il giornalista Massimiliano Quirico.
Anche la modalità di arrivo aveva un forte valore simbolico. Da Torino il gruppo raggiunse Bari in treno e da lì si imbarcò per Durazzo. Il viaggio in traghetto voleva far percorrere ai giovani in senso inverso la rotta attraversata da molti dei loro genitori nell’emigrazione verso l’Italia.
Fu un viaggio di scoperta, ma anche un vero educational tour ante litteram.
In 22 giorni il gruppo visitò 15 città, 25 località di interesse turistico, 8 importanti musei, 15 siti storici e archeologici, oltre ad alcune delle principali aree naturalistiche del Paese: dalle Alpi albanesi alla Riviera ionica e adriatica, dai laghi di Prespa a Syri i Kaltër, dal Monte Dajti al Parco di Llogara.
La documentazione fotografica contenuta nella relazione finale restituisce bene lo spirito di quell’esplorazione: ponti storici, montagne, cascate, architetture tradizionali, monasteri, coste e paesaggi ancora largamente estranei all’immaginario turistico italiano dell’epoca.
Non semplici visitatori, ma ricercatori sul campo
Durante il viaggio i ragazzi verificavano l’interesse storico, culturale e paesaggistico dei luoghi, esploravano località non comprese nel programma iniziale, incontravano operatori e raccoglievano materiale fotografico e audiovisivo.
Il lavoro aveva anche una sorprendente dimensione professionale: per ciascuna destinazione venivano raccolte informazioni su ricettività, prezzi, ristorazione, orari, trasporti, condizioni delle strade e delle infrastrutture, target turistici e servizi disponibili.
In altre parole, il viaggio serviva a capire non soltanto che cosa vedere in Albania, ma anche come rendere l’Albania concretamente visitabile da un turista italiano.
È probabilmente questo uno degli elementi che rende “I Ragazzi della Via Egnatia” particolarmente significativo nella storia delle attività del Centro: la promozione culturale si incontrava già allora con lo studio dell’offerta turistica, il rapporto con gli operatori e la costruzione di itinerari.
Dall’esperienza sul campo alla prima guida
Al ritorno in Italia iniziò un lungo lavoro di elaborazione. Furono progettati una piattaforma online con diari, fotografie e informazioni turistiche, una mostra fotografica – successivamente presentata a Torino e Milano – e un video-reportage promozionale dedicato al turismo in Albania.
Ma il risultato più ambizioso nacque quasi naturalmente dalla quantità di conoscenze accumulate durante il progetto.
Quello che inizialmente avrebbe dovuto essere un semplice testo illustrato venne trasformato in una vera guida turistica dell’Albania di 220 cartelle, corredata da un apparato iconografico e proposta ai principali editori italiani del settore. La relazione finale sottolineava quanto fosse necessario colmare la grave carenza di informazioni turistiche sull’Albania allora disponibili in Italia.
Quell’esperienza rappresentò così uno dei primi tasselli di un percorso di ricerca, viaggio e divulgazione che il Centro avrebbe continuato a sviluppare negli anni successivi.
I primi rapporti con i tour operator italiani
Particolarmente importante fu il passaggio dalla ricerca alla collaborazione con il mercato turistico.
L’analisi condotta sul campo aveva mostrato infatti che, alla fine degli anni Duemila, il sistema turistico albanese disponeva di una rete di servizi, informazione e operatori incoming ancora agli albori; per sostenere il modello inizialmente immaginato dal progetto si è quindi deciso di collaborare con soggetti già attivi nel turismo responsabile e culturale in Italia. Nacquero così i primi rapporti con tour operator italiani, che proporranno negli anni immediatamente successivi al progetto alcuni dei primi viaggi organizzati in Albania rivolti alla clientela italiana.
Fu un passaggio importante: la conoscenza prodotta da un progetto interculturale diventava uno strumento concreto per portare viaggiatori italiani in Albania.
La diaspora come protagonista dello sviluppo sostenibile dell’Albania
“I Ragazzi della Via Egnatia” può essere riletto anche come una delle prime esperienze attraverso le quali il Centro ha affrontato un tema destinato a diventare centrale nella cooperazione internazionale allo sviluppo: il coinvolgimento attivo della diaspora nei processi di crescita del Paese di origine.
Il progetto partiva infatti da un’idea semplice ma, per l’epoca, fortemente innovativa: i giovani di origine albanese cresciuti in Italia non erano soltanto destinatari di politiche di integrazione, ma potevano diventare attori dello sviluppo, mettendo a disposizione dell’Albania competenze, conoscenza della società italiana, capacità linguistiche, relazioni e una particolare familiarità con entrambi i Paesi. La loro appartenenza a due mondi diventava così un capitale umano e sociale capace di generare opportunità e costruire nuovi ponti tra Italia e Albania.
Questa impostazione era già concretamente presente nel progetto. Uno degli obiettivi dichiarati era trasformare l’appartenenza a un’origine diversa da elemento talvolta percepito come debolezza in una forza e una ricchezza; allo stesso tempo, i partecipanti furono coinvolti direttamente nello studio delle potenzialità turistiche dell’Albania, nella raccolta di informazioni sul territorio e nella costruzione di relazioni con istituzioni e operatori. Durante il viaggio, inoltre, i ragazzi analizzarono non soltanto il patrimonio culturale e paesaggistico, ma anche ricettività, infrastrutture, trasporti, prezzi e servizi, producendo conoscenze concretamente utilizzabili per lo sviluppo di un turismo sostenibile.
In questa prospettiva, “I Ragazzi della Via Egnatia” anticipava temi oggi pienamente inseriti nel dibattito internazionale sullo sviluppo sostenibile e sul contributo delle diaspore ai Paesi di origine: valorizzazione delle competenze maturate attraverso la migrazione, creazione di relazioni economiche e culturali transnazionali, sviluppo dei territori, lavoro dignitoso e opportunità per i giovani, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, costruzione di partnership tra società civile, istituzioni e operatori economici. Temi che possono essere ricondotti, in particolare, agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, tra cui gli SDG 8, 10, 11 e 17.
Quella sperimentazione rappresentò quindi anche l’inizio di un percorso che il Centro avrebbe sviluppato negli anni successivi attraverso iniziative sempre più strutturate di cooperazione Italia–Albania: dalla collaborazione con Fondazione Cariplo nell’ambito di “Albania Domani”, agli interventi di ricerca e valorizzazione del patrimonio archeologico delle Tombe Reali di Selca e Poshtme, fino ai successivi progetti realizzati nell’ambito della cooperazione italiana e internazionale, anche in collaborazione con AICS e OIM/IOM, nei quali il rapporto tra diaspora, competenze, imprenditorialità, patrimonio e sviluppo locale sarebbe tornato ad assumere un ruolo centrale.
Si delinea così una linea di continuità importante nella storia del Centro: dall’integrazione alla cooperazione, dalla diaspora allo sviluppo dei territori. “I Ragazzi della Via Egnatia” mostrava già alla fine degli anni Duemila che la comunità albanese in Italia poteva essere non soltanto un ponte culturale tra i due Paesi, ma una risorsa concreta per lo sviluppo sostenibile dell’Albania. Una visione che avrebbe orientato molte delle iniziative del Centro negli anni successivi e che rimane ancora oggi uno dei principi fondamentali della sua attività.
Un progetto in anticipo sui tempi
Riletto oggi, “I Ragazzi della Via Egnatia” appare come un laboratorio capace di anticipare molte delle direttrici che sarebbero diventate centrali negli anni successivi.
C’erano già il turismo culturale e responsabile, la ricerca di esperienze autentiche, l’attenzione alle comunità locali, la valorizzazione delle aree interne e delle montagne, la costruzione di itinerari attraverso l’intero Paese, il coinvolgimento degli operatori turistici e la produzione di contenuti capaci di raccontare una destinazione ancora poco conosciuta.
Ma c’era soprattutto una convinzione destinata ad accompagnare il lavoro del Centro negli anni successivi: conoscere direttamente l’Albania è uno dei modi più efficaci per superare gli stereotipi sull’Albania.
In questo processo, i ragazzi di seconda generazione occupavano una posizione speciale. Cresciuti tra due Paesi, potevano trasformare quella doppia appartenenza in una competenza: diventare mediatori culturali, interpreti dei territori e protagonisti di una relazione nuova tra Italia e Albania.
Dalla Via Egnatia ai Viaggi d’Autore
A molti distanza, l’intuizione alla base del progetto conserva una sorprendente attualità.
L’Albania è profondamente cambiata, così come è cambiato il suo turismo. Ciò che nel 2007 appariva una prospettiva da esplorare è diventato un fenomeno internazionale. Ma proprio per questo l’esperienza dei “Ragazzi della Via Egnatia” acquista oggi un valore particolare: testimonia come il Centro avesse iniziato a interrogarsi sul turismo come strumento di conoscenza dell’Albania ben prima della sua affermazione come destinazione di massa.
Quell’esperienza ha contribuito a costruire un patrimonio di conoscenze, relazioni e competenze che negli anni si è intrecciato con l’attività editoriale e di promozione culturale del Centro e che oggi trova continuità anche nei suoi Viaggi d’Autore in Albania e nei Balcani.
Il principio rimane, in fondo, lo stesso di allora: non limitarsi a visitare l’Albania, ma imparare a conoscerla. Non limitarsi a mostrare dei luoghi, ma raccontare le persone, la storia e la cultura che danno loro significato.