“Sono stato Dio in Bosnia”: il documentario di Erion Kadilli al Cinema Massimo di Torino

Lo scrittore Luca Rastello e il regista Erion Kadilli durante la presentazione del documentario Sono stato Dio in Bosnia al Cinema Massimo di Torino nel 2010.

Il Centro di Cultura Albanese presenta l’opera del giovane regista torinese di origini albanesi, ispirata al libro di Luca Rastello. Un’occasione di riflessione sulla guerra nei Balcani, sulla memoria del conflitto e sulle responsabilità individuali, nel segno del dialogo culturale e della valorizzazione delle nuove generazioni.

Il 20 dicembre 2010, nella prestigiosa cornice del Cinema Massimo di Torino, il Centro di Cultura Albanese ha promosso, insieme alle associazioni partner, la presentazione del documentario “Sono stato Dio in Bosnia – Vita di un mercenario”, opera del giovane regista torinese di origini albanesi Erion Kadilli.

La proiezione, accompagnata da un incontro con il regista e lo scrittore e giornalista Luca Rastello, ha offerto al pubblico un’importante occasione di riflessione su una delle pagine più drammatiche della storia europea contemporanea: le guerre che hanno sconvolto l’ex Jugoslavia negli anni Novanta.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno del Centro di Cultura Albanese per la promozione della conoscenza storica, artistica e culturale dell’intera regione balcanica, oltre che nella sua attività di sostegno ai giovani autori e artisti di origine albanese attivi nel panorama culturale italiano.

Un documentario sulle ombre della guerra nei Balcani

Il film ricostruisce, attraverso una lunga intervista e materiali d’archivio, la vicenda di Roberto Delle Fave, soprannominato “Red Devil”, mercenario italiano coinvolto nei conflitti in Bosnia e Croazia tra il 1992 e il 1995.

Il protagonista racconta in prima persona la propria esperienza di combattente e cecchino, restituendo una testimonianza inquietante sulla violenza, sulla disumanizzazione e sulle contraddizioni morali che accompagnano la guerra.

Lontano dalle forme più convenzionali del documentario storico, Kadilli sceglie un linguaggio cinematografico essenziale, lasciando ampio spazio alla parola del protagonista e affidando allo spettatore il compito di confrontarsi con la complessità e l’orrore della sua testimonianza.

L’opera trae ispirazione da “La guerra in casa”, il libro pubblicato da Luca Rastello per Einaudi nel 1998, dedicato alle guerre jugoslave e al loro rapporto con la società italiana.

Lo stesso Rastello, nel commentare il documentario, ha sottolineato la particolare forza del linguaggio scelto dal giovane regista: un cinema che rinuncia a imporre interpretazioni rassicuranti e invita invece a sostenere lo sguardo di fronte agli aspetti più oscuri dell’esperienza umana.

Il documentario non si limita così alla denuncia della violenza bellica, ma indaga anche la parabola personale di un uomo segnato dall’emarginazione sociale e lavorativa, progressivamente trascinato in una spirale di brutalità, isolamento e autodistruzione.

L’incontro con Erion Kadilli e Luca Rastello

La proiezione è stata preceduta da un incontro pubblico al quale hanno partecipato Erion Kadilli, Luca Rastello e i presidenti delle quattro associazioni promotrici.

Il confronto ha permesso di approfondire tanto le scelte artistiche e narrative del documentario quanto le questioni storiche, etiche e sociali sollevate dalla testimonianza del protagonista.

La presenza di Luca Rastello, tra le voci più autorevoli del giornalismo narrativo italiano sui conflitti balcanici, ha rappresentato un significativo valore aggiunto, contribuendo a collocare l’opera di Kadilli nel più ampio contesto della memoria delle guerre jugoslave e della loro rappresentazione nella letteratura e nel cinema.

Il Centro di Cultura Albanese e l’attenzione alla storia e alle culture dei Balcani

La presentazione di “Sono stato Dio in Bosnia” testimonia una caratteristica fondamentale dell’identità e della missione del Centro di Cultura Albanese: un orizzonte culturale che, pur partendo dall’Albania e dalle comunità albanesi, si estende all’intera regione balcanica, riconoscendone la ricchezza, la pluralità delle tradizioni e la complessità delle vicende storiche.

Nel corso degli anni, il Centro ha promosso incontri, presentazioni letterarie, proiezioni cinematografiche, conferenze e viaggi culturali dedicati non soltanto all’Albania e al Kosovo, ma anche alla Bosnia-Erzegovina, al Montenegro, alla Macedonia del Nord e agli altri Paesi dell’Europa sudorientale.

In ambito letterario, questa attenzione si è concretizzata, tra le altre iniziative, negli incontri con lo scrittore kosovaro Shpëtim Selmani e con la scrittrice di origine bosniaca Elvira Mujčić, autori capaci di raccontare attraverso la letteratura le trasformazioni delle società balcaniche, le migrazioni, le identità plurali e il rapporto tra memoria individuale e storia collettiva.

Un ruolo importante è stato riservato anche all’approfondimento storico e alla riflessione critica sul Novecento balcanico, attraverso conferenze e incontri con studiosi e ricercatori. Tra questi figura lo storico Eric Gobetti, specialista della storia della Jugoslavia e dei Balcani contemporanei, protagonista di un incontro promosso dal Centro per approfondire le complesse vicende storiche della regione, i conflitti, le eredità politiche e le questioni legate alla memoria collettiva. Un contributo particolarmente significativo nell’impegno del Centro a favorire una conoscenza documentata e consapevole della storia balcanica, al di là delle semplificazioni e degli stereotipi.

A queste attività si affianca la promozione di viaggi culturali nei Balcani, concepiti come occasioni di conoscenza diretta dei territori, del patrimonio storico e artistico e delle comunità locali, con particolare attenzione alle connessioni culturali che attraversano i confini nazionali.

Attraverso queste iniziative, il Centro contribuisce a superare rappresentazioni stereotipate della regione, favorendo una conoscenza più approfondita delle sue culture e della sua storia e promuovendo il dialogo tra i popoli dell’Europa sudorientale e la società italiana.

La valorizzazione dei giovani artisti albanesi e delle seconde generazioni

La collaborazione con Erion Kadilli rappresenta anche un esempio significativo dell’impegno del Centro nella scoperta, nel sostegno e nella promozione di giovani talenti albanesi e di origine albanese cresciuti o professionalmente attivi in Italia.

Per il Centro, la valorizzazione delle nuove generazioni costituisce una componente essenziale della propria missione culturale: offrire visibilità ad artisti, registi, musicisti, scrittori e professionisti che, attraverso linguaggi contemporanei, contribuiscono ad arricchire il panorama culturale italiano e a costruire nuove forme di dialogo tra le due sponde dell’Adriatico.

Il percorso artistico di Kadilli, già protagonista di una precedente collaborazione con il Centro in occasione della presentazione del documentario “Primavera in Kosovo” al Museo Diffuso della Resistenza di Torino, dimostra come i giovani autori di origine albanese possano affrontare temi di rilevanza universale, andando oltre le questioni strettamente legate all’immigrazione e all’identità culturale.

La promozione di questi talenti si inserisce in un’attività più ampia che il Centro porta avanti anche nei campi della musica, della letteratura, delle arti visive e dello spettacolo, favorendo occasioni di incontro con il pubblico, collaborazioni con le istituzioni culturali e opportunità di crescita e riconoscimento professionale.

La collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e il Cinema Massimo

La presentazione del documentario al Cinema Massimo, una delle sedi cinematografiche più prestigiose di Torino e sala del Museo Nazionale del Cinema, conferma inoltre l’attenzione del Centro alla costruzione di relazioni stabili con le principali istituzioni culturali del territorio.

La collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, insieme ai rapporti sviluppati con l’Associazione Museo Nazionale del Cinema e altre realtà del settore audiovisivo, si inserisce in un percorso di progressivo consolidamento della presenza del Centro nel panorama cinematografico torinese.

Un percorso che ha visto la promozione di opere di autori albanesi e internazionali, incontri con registi e protagonisti del cinema, anteprime e iniziative dedicate alla memoria storica e al dialogo interculturale.

Tra le collaborazioni più significative figura anche quella con il regista Roland Sejko e l’Istituto Luce-Cinecittà, grazie alla quale il Centro ha contribuito a far conoscere al pubblico torinese importanti opere documentarie dedicate alla storia dell’Albania, alle migrazioni e alla memoria del Novecento.

Accanto al Cinema Massimo, questa attività ha coinvolto negli anni altri importanti spazi culturali cittadini, tra cui la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, il Polo del ‘900 e il Cinema Arthouse, rafforzando il ruolo del Centro quale interlocutore e promotore di iniziative cinematografiche di qualità.

Il cinema come strumento di memoria, conoscenza e dialogo

Con la presentazione di “Sono stato Dio in Bosnia”, il Centro di Cultura Albanese ha contribuito a portare all’attenzione del pubblico torinese un’opera difficile e coraggiosa, capace di interrogare le coscienze e di stimolare una riflessione sulle conseguenze umane e morali della guerra.

L’iniziativa ha riunito alcune delle principali direttrici dell’impegno culturale del Centro: la conoscenza della storia dei Balcani, la valorizzazione delle nuove generazioni di artisti, il dialogo interculturale e la collaborazione con le istituzioni cinematografiche del territorio.

Un impegno che riconosce nel cinema non soltanto una forma di espressione artistica, ma anche uno strumento fondamentale per preservare la memoria, comprendere le trasformazioni della società contemporanea e costruire nuove occasioni di incontro tra culture e generazioni.